Prefazione
Salire sempre più in alto è l’aspirazione massima dei personaggi dell’opera di Bruno Lorenzo Castrovinci, in senso metaforico (il percorso “ascetico” di Angelo; l’umano riscatto di Anna; il desiderio di libertà e la ritrovata femminilità di Flora) o reale (il successo professionale di Chiara; il prestigio di Luigi) o ancora ontologico (il volo con il deltaplano di Luca).
Catapultati sulla scena narrativa, essi vivono di vita propria, mentre il narratore-regista sceglie, quasi arbitrariamente, di adoperare una tecnica cinematografica a sequenze narrative alternate, senza preoccuparsi di giustificarne la presenza, l’alternarsi rapido in ogni capitolo, inseguendo ognuno il proprio obiettivo di realizzazione e tuttavia sempre impegnato a cacciare i propri demoni, necessitato “scendere”, prima, nell’abisso di sé stesso.
Le esistenze di Angelo, Chiara, Luca, si intrecciano tra aspirazioni e amore, in un andirivieni di conflitti interiori irrisolti (l’amore negato a Luca dall’assenza della madre; quello inconfessato di Chiara per
Angelo) e insieme a quelle di Anna, Flora e Luigi vivono le loro vicende nello spazio del paese, quasi sottratto al fluire del tempo lineare, collocato in un’atemporalità che ne esalta i costumi, i colori accesi, i sapori inconfondibili, i profumi.
Così, intatte, le immagini rimangono vivide, nonostante il passare degli anni, le sensazioni sublimano la quotidianità, trasformandola in esperienza unica, irripetibile (quale quella della contemplata bellezza di corpi scultorei baciati dal sole, o il consumare voluttuosamente una brioche che ha la forma del seno di una donna).
Una scrittura analogica, quella di Bruno Lorenzo Castrovinci, che mira a rendere il colore, il peso, l’odore, in una sensualissima interazione tra uomini, donne e paesaggi assolati.
Eppure il dolore s’insinua insidioso: nella femminilità non sbocciata di Flora; nella violenza perpetrata dal marito su Anna; nella colpevole incapacità di Angelo di resistere all’amore; nella chiusa, sofferta rinuncia del padre di Luca; nell’impossibilità di sfuggire a sé stesso e alle proprie responsabilità genitoriali del marito di Flora; nella paura di amare di Luigi.
Tuttavia, “qui colitur, et amatur: non potest amor cum timore misceri (Seneca, Epistula 47,18), chi è rispettato è amato, non può essere mescolato l’amore con il timore. Dunque vince il coraggio, la forza di ritrovare sé stessi, a causa della propulsiva energia di un amore che è attesa paziente, rispetto maturo dell’altro, abbandono fiducioso.
Così, il deltaplano di Luca, che spicca il volo, finalmente con Chiara, nell’infinito, sereno azzurro, diventa emblema di una riconquistata e dolcissima libertà.
Antonella Molica Franco